Siamo a Collioure, nel sud della Francia. È il 22 febbraio del 1939.
In una piccola pensione a due passi dal mare un uomo di 63 anni esala il suo ultimo respiro. È arrivato lì tre settimane prima, a piedi, sotto la pioggia, in mezzo a centinaia di migliaia di profughi in fuga dalla Spagna del dittatore Franco.
Ha lasciato tutto: la casa, i libri, perfino la valigia. Sua madre, fuggita con lui, morirà tre giorni dopo.
È Antonio Machado, uno dei più grandi poeti spagnoli del Novecento.
Dopo il funerale, suo fratello José trova nella tasca del cappotto un bigliettino stropicciato.
Sopra, un ultimo verso:
”Questi giorni azzurri e questo sole dell’infanzia.”
Quel bigliettino stropicciato non era un verso qualunque: era l’ultimo passo di un cammino che Machado aveva descritto ventisette anni prima, nel 1912, nella sua poesia più celebre:
Antonio Machado, da Campos de Castilla (1912)
“[…] Viandante, sono le tue orme
il cammino, e niente più;
viandante, non esiste il cammino,
il cammino si fa camminando.
Camminando si fa il cammino,
e voltando lo sguardo indietro
si vede il sentiero che mai
si tornerà a calpestare.
Viandante, non esiste il cammino,
ma