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Nella newsletter di questa settimana voglio raccontarti una storia, la storia della campionessa olimpica Maria Magdalena Andrejczyk.

(Al termine della newsletter capirai perché ho scelto proprio questa storia).

Iniziamo.

Qualche giorno dopo aver vinto la medaglia d’argento nel tiro del giavellotto alle olimpiadi di Tokyo, Maria viene a conoscenza della tragica storia di un bambino di 8 mesi affetto da una grave malformazione al cuore.

Il bambino, Miłoszek Małysa, per sopravvivere necessita di una costosa operazione negli Stati Uniti.

Senza esitare, Maria decide di mettere all’asta la sua medaglia d’argento e riesce a raccogliere 125.000$.

Questo gesto, di per sé, è incredibilmente generoso; ma le vicissitudini dell’atleta polacca nei quattro anni precedenti lo rendono ancora più significativo.

Nel 2016, alle olimpiadi di Rio, Maria sfiora il podio con un lancio di appena 2 centimetri più corto di quello della terza classificata.

Nel 2017, deve affrontare un infortunio alla spalla che per molti esperti rischia di mettere fine alla sua carriera sportiva.

Nel 2018, quando la spalla sembra ormai essere tornata alla normalità, le viene diagnosticato un cancro alle ossa.

Fortunatamente riesce a guarire e contro ogni pronostico vince la sua prima medaglia olimpica appena due anni dopo proprio a Tokyo.

Ed è questa medaglia tanto desiderata che Maria decide di mettere all’asta per aiutare il bambino di una coppia di perfetti sconosciuti.

La storia della medaglia olimpica della Andrejczyk si conclude con un ultimo colpo di scena.

La catena di supermercati Żabka, che si era aggiudicata l’asta per 125.000$, decide di confermare la donazione per il piccolo Miłoszek, lasciando che la medaglia rimanga a Maria.

Questa è una di quelle storie che ti fanno tornare ad avere speranza nell’umanità.

Te l’ho voluta condividere, però, per un altro motivo.

Spesso siamo così attaccati alle nostre “medaglie” (i traguardi che vogliamo raggiungere) da non comprendere che queste medaglie, di per sé, non valgono granché.

Sì, certo, i riconoscimenti formali sono importanti.

Ma alla fine della fiera a renderci dei veri “campioni”, come Maria, non sono dei pezzi di metallo, ma…

  • La nostra dedizione quotidiana.
  • Il nostro atteggiamento di fronte alle avversità.
  • La nostra generosità di fronte alle sfortune altrui.
  • La nostra capacità di ripartire dopo ogni sconfitta.

In ultima analisi, quello che vorrei trasmetterti questa settimana è che tutto l’armamentario tipico della crescita personale (tecniche, abitudini, obiettivi, etc.) non deve essere mai il fine.

Questi sono solo strumenti.

Il vero fine siamo noi: lo sviluppo e l’evoluzione del nostro carattere.

E vuoi sapere qual è il paradosso?

Più ci attacchiamo ai risultati esterni, più questi ci sfuggiranno.

Più ci concentriamo sulla nostra evoluzione interna, e più questi arriveranno.

Buona settimana.

Andrea Giuliodori.

Ps. Cercando notizie su cosa fosse accaduto al piccolo Miłoszek, purtroppo ho scoperto che, nonostante l’operazione negli Stati Uniti, il bambino è venuto a mancare nel 2022.

Già… la vita non è una favola e non sempre possiamo sperare in un lieto fine.

Ma è anche alla luce della natura spesso tragica dell’esistenza umana che le nostre scelte assumono una valenza ancor più significativa.

A presto.

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