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Lo ammetto, 

essendo diventato papà da qualche mese, questa storia ha risuonato particolarmente con me.

Credo però che sia talmente potente che non potrà non ispirare anche te…

È il 1962, siamo nella cittadina di Holland nel Massachusetts, Stati Uniti.

Il primo ricordo che Dick Hoyt ha di suo figlio Rick è nell’incubatrice, mentre lo guarda fare quelli che sembrano dei piegamenti sulle braccia.

Dick pensa che suo figlio diventerà un grande atleta ma purtroppo quelli di Rick sono gli spasmi dovuti alla tetraplegia causata dal cordone ombelicale troppo stretto al collo al momento del parto.

I medici non lasciano molte speranze a Dick e sua moglie Judy: il piccolo Rick non potrà mai avere una vita “normale“. 

È destinato ad essere un “vegetale” (questo il termine utilizzato dagli specialisti dell’epoca) e consigliano di metterlo in istituto.

I coniugi Hoyt rifiutano la sentenza dei medici e scelgono di riportare Rick a casa, dove lo aspettano i suoi fratellini e la promessa di una vita quanto più simile possibile a quella di tutti gli altri suoi coetanei.

Insieme, vanno ovunque: in campeggio, in piscina, nei parchi nazionali.

Ad 11 anni arriva però la prima vera svolta per il piccolo Rick.

Un gruppo di ingegneri della Tufts University costruisce un apparecchio che consente finalmente a Rick di comunicare con il mondo esterno muovendo la testa per selezionare le lettere su uno schermo.

Smentendo clamorosamente la diagnosi che i medici fecero alla sua nascita, Rick si dimostra tutt’altro che un “vegetale“: ha perfettamente coscienza del mondo che lo circonda, è intelligente e a quanto pare è un grande appassionato di sport…

…le prime parole pronunciate grazie all’interfaccia elettronica saranno infatti: Go Bruins! (“Forza Bruins!”), la squadra di hockey di Boston.

Il momento che cambierà tutto arriva però nel 1977.

La scuola di Holland, che Rick può finalmente frequentare grazie all’apparecchio degli Ingegneri della Tufts, organizza una gara di beneficienza per uno studente che ha avuto un grave incidente.

Si tratta di una gara di corsa di 5 miglia (circa 8 chilometri). 

Rick chiede al padre se possono partecipare insieme.

Dick Hoyt all’epoca ha 36 anni, non ha mai corso in vita sua, di certo non si allena regolarmente e ha un lavoro a tempo pieno che lo occupa gran parte della settimana.

Decide comunque di accettare la proposta del figlio e spinge la carrozzina del figlio per tutti e 8 i chilometri della gara di beneficienza.

Arrivano penultimi.

Quello che Rick però dirà all’arrivo sarà l’inizio di un’avventura che ispirerà milioni di persone…

“Papà, quando corriamo, mi sento come se non fossi disabile”.

A Dick non serve altro. Se correre significa far sentire suo figlio libero, allora correranno.

Insieme, come “Team Hoyt“, partecipano a oltre 1.100 eventi di endurance. E no, non stiamo parlando delle semplici corsette amatoriali della domenica. 

Dick e Rick completano:

  • 257 Triathlon (di cui 6 Ironman).
  • 72 Maratone (tra cui 32 maratone di Boston).
  • Una traversata degli Stati Uniti di 6.000 km in 45 giorni.

Per 37 anni, Dick ha spinto di corsa, trascinato a nuoto e trasportato su una speciale bicicletta suo figlio Rick per decine di migliaia di km, in centinaia di eventi sportivi.

Nel 2021, all’età di 80 anni, Dick Hoyt si è spento in casa, circondato dall’amore di sua moglie Judy e dei suoi tre figli.

Qualche mese più tardi, nel corso di un’intervista, Rick lo ha voluto ricordare con queste parole:

Ogni traguardo che ho tagliato con mio padre è stato fondamentale per me. Finire quelle gare era la rappresentazione stessa della mia vita. 

Mamma e Papà avrebbero potuto mollare quando sono nato, ma non l’hanno fatto.  

Avrebbero potuto rinunciare a insegnarmi a comunicare, avrebbero potuto smettere di lottare per farmi entrare a scuola, ma hanno scelto di perseverare e, grazie alle loro scelte, ho potuto vivere una meravigliosa avventura“.

Dick Hoyt non si è mai considerato un eroe.

Diceva di fare semplicemente quello che ogni genitore avrebbe dovuto fare: ascoltare suo figlio ed esserci, ogni singolo giorno.

Anche quando gli anni hanno iniziato a farsi sentire e il suo corpo ha mostrato i primi segni di cedimento, Dick non ha mai smesso di correre. 

Sapeva che fermarsi avrebbe significato togliere a Rick la sua libertà.

Scoprire questa storia mi ha ispirato profondamente perché “Team Hoyt” mi ha ricordato che a definire la nostra vita non sono i nostri limiti di partenza, ma le scelte che ci portano all’arrivo.

Perché, a volte, il muscolo più potente in questa gara chiamata vita è il cuore di un genitore che si rifiuta di lasciare indietro il proprio figlio.

Buona lunedì: questa settimana ti auguro che le tue scelte siano ispirate dai tuoi sogni e non dai tuoi limiti.

A lunedì prossimo.

Andrea Giuliodori.

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