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Immagina questa scena…
È il 4 dicembre 1815. Siamo a Sant’Elena, un’isola di lava nera sperduta nell’Atlantico del Sud, a 1.900 km dalla costa più vicina.
In una stanza fredda e umida, un uomo parla.
Non è più Imperatore.
Non è più Console.
Non è più nemmeno generale.
È un prigioniero degli inglesi, confinato su uno scoglio sperduto in mezzo al mare dal quale non farà più ritorno.
Ha 46 anni e gli restano sei anni da vivere.
Accanto a lui c’è un nobile francese, Emmanuel de Las Cases, che annota ogni parola. È notte. Si parla di coraggio.
E l’uomo nella stanza, seduto su una sedia scomoda in un angolo di mondo dimenticato, di coraggio se ne intende: è Napoleone Bonaparte, e ha passato metà della sua vita a decidere le sorti d’Europa sotto il fuoco nemico.
Per Napoleone esistono due tipi di coraggio.
Il primo è il coraggio fisico.
Quello di chi carica a cavallo contro i cannoni. È un coraggio impressionante, ma Napoleone lo liquida con una scrollata di spalle: “Murat e Ney (due suoi comandanti) non potevano non essere coraggiosi”. Per chi è fatto in un certo modo, quel coraggio è naturale. È adrenalina, è i
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