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L’articolo di oggi è dedicato a un pezzo di saggezza popolare che molte volte viene frainteso e non compreso a pieno: “Basta poco per vivere felici”… ma è davvero così?

basta poco per essere felici

Oggi analizziamo quanto di questa idea è vero e quanto non lo è. Per prima cosa, sicuramente, dobbiamo capire che cosa si intende per poco. E per questo, dovremo scomodare almeno due persone che sapevano il fatto loro.

I nostri bisogni

Sicuramente ti sarà capitato di vedere quelle foto di bambini, in paesi molto più poveri del nostro, sorridere alla telecamera con un vero sorriso (quello che include la muscolatura degli occhi, per intenderci). Oppure, se sei fortunato, avrai visto La vita è bella che, pur essendo una rivisitazione in chiave cinematografica di una possibile realtà, dipinge appunto una possibile realtà.

Ti sarai accorto che in entrambi questi casi, la prospettiva è determinante nel mantenimento di un umore alto e una funzionalità adeguata anche in situazioni di emergenza massima o quando si arriva a toccare il fondo.

Noi, fortunatamente, non siamo sempre obbligati a vivere nella massima emergenza, per cui possiamo essere un po’ più analitici e parlare dei livelli di bisogno che dobbiamo soddisfare per poter vivere felici.

Probabilmente hai già sentito parlare della piramide dei bisogni di Maslow: secondo lo studioso ogni essere umano ha cinque livelli di bisogni da poter soddisfare. Te li elencherò qui sotto dal più basso (la base della piramide) al più alto (la punta della piramide)

  • Bisogni fisiologici primari
  • Sicurezza e protezione
  • Affetto e appartenenza
  • Riconoscimento sociale
  • Autorealizzazione

Come avrai intuito, se consideriamo questi cinque livelli, il concetto di poco può variare enormemente. Se ti mancano l’aria o l’acqua, sarà dura concentrarsi sulla trascendenza dell’umano. O anche solo su una Tesla Model S p100d.

La scala del poco

basta poco per essere felici-poco

Proviamo a intraprendere un viaggio tra i vari livelli del poco e proviamo a vedere se è possibile essere felici in ognuno di questi settori.

Ho la “fortuna” di averli attraversati tutti in questi 34 anni (33 e mezzo per essere estremamente precisi) per cui conosco in prima persona l’argomento. Hai voglia a dire che basta poco per vivere felici! Eh, sì: ho voglia.

Sono rimasto con talmente pochi soldi da non potermi comprare da mangiare, eppure in quel momento ero comunque in grado di apprezzare quello che avevo. Non che mi piacesse stare senza cibo, ma sapevo che il mio corpo aveva ancora qualche MegaWatt a disposizione prima di vaporizzarsi, quindi sono riuscito a pazientare.

La stessa cosa è avvenuta con sonno, sesso, sete e salute di base. Ricordo una notte a Léon in ospedale, totalmente disidratato con febbre a 40 e problemi fisici di ogni tipo, eppure ancora “felice” per l’esperienza folle che stavo vivendo (anche se ammetto che potesse essere il delirio della febbre…)

Per il secondo e terzo livello, sono stato malato, senza lavoro, a 13000 km da famiglia e amici, senza nulla che avesse sopra il mio nome a parte uno zaino. Eppure ero ancora in grado di vedere la bellezza di quello che avevo. Certo, mica è facile. Ma è possibile. E se è possibile per UN essere umano (e sono certo di non essere stato l’unico al mondo nella storia dell’umanità), è possibile per tutti.

Ho avuto, come tanti di noi, la fortuna di poter esplorare anche quarto e quinto livello ed essere privato del rispetto, del mio autocontrollo e – in pochi casi per la verità – della mia autostima.

Ogni livello di bisogni ha un poco che viene definito diversamente, ma sempre poco è.

Ma allora, qual è la chiave?

Accontentarsi è il male?

Anche qui c’è bisogno di una piccola disamina: noi italiani tendiamo a perdere il significato delle parole per strada. Abbiamo parole meravigliose e le inquiniamo con significati secondari, dimenticandoci dei primari. Per esempio, pensiamo alla parola compassione. Nonostante significhi Sentimento di pietà verso chi è infelice, verso i suoi dolori, le sue disgrazie, i suoi difetti e partecipazione alle sofferenze altrui, noi spesso consideriamo solo sprezzante commiserazione.

Questo accade anche con accontentarsi. 

Chi di noi non conosce l’antico detto:

“Chi si accontenta gode.”

Eppure tendiamo a credere di più alla versione pop che finisce con così così. Accontentarsi ha un significato ben preciso e piuttosto lontano dal sinonimo di arrendersi che spesso ci troviamo a utilizzare. Cosa significa dunque? Che basta poco per vivere felici? Quasi!

Accontentarsi: rendere contento qualcuno (se stessi) / Sentirsi contento e appagato

Non pare poi così male, in fondo. Ma allora perché accade che odiamo questa definizione o la aborriamo mentre siamo alla continua rincorsa del nuovo traguardo aziendale, avanzamento di carriera o successo internazionale che ci frustra e rende infelici fino al suo raggiungimento e oltre?

Alla base della pianta sta il seme

basta poco per essere felici-seme

Quando piantiamo qualcosa in un orto, abbiamo bisogno di condizioni iniziali favorevoli e di un seme. Senza le condizioni iniziali favorevoli, infatti, sarà molto più difficile per il seme fiorire (anche se è comunque possibile) e senza il seme… be’ mi pare chiaro.

Tutti noi, specialmente tra queste pagine, siamo alla ricerca della vita migliore per noi stessi per molti motivi: perché pensiamo di meritarcelo, perché siamo stanchi di vivere a metà, perché abbiamo affrontato qualcosa di grosso e abbiamo capito che il tempo stringe… qualsiasi sia la nostra motivazione, vogliamo una vita che valga la pena. E la vorremmo oggi, cavolo!

Cosa succede? Che finiamo per cadere nella trappola del:

  • Quando avrò quella cosa, sarò felice
  • Quando sarò in quel posto, sarò in pace
  • Appena quella persona mi amerà, potrò godermi il presente

E tutta la serie di miti collegati. Come avrai notato, non funzionano mai. Oppure, se per caso temporaneamente ci illudono, finiamo sempre per ricadere più a fondo di prima o di perderci in una perenne rincorsa.

Come facciamo allora a credere nel vecchio adagio che abbiamo citato prima, possibilmente nella versione originale e non quella di Ligabue?

Piantando il seme, nel terreno fertile.

Il terreno fertile

Qual è il terreno fertile per noi? La realtà. Certo, bella risposta, mi dirai. Sì, bella risposta ti dico. Ma analizziamo più a fondo cosa intendo.

Se vogliamo davvero diventare dei maestri del godimento del presente, dobbiamo innanzitutto accettarlo per com’è. Qualsiasi sia la nostra situazione, È QUELLA.

Quella e basta, per ora. Ma è estremamente importante far pace con il presente reale, perché da lì si parte. Se sono cosciente del mio punto di partenza posso andare dove voglio senza sbagliare direzione. Se invece rinnego la mia realtà perché non mi piace, non solo non ho il potere di modificarla, ma non so nemmeno su cosa agire e butterò un sacco di energie mentali e fisiche.

Per poter piantare il seme del successo, hai bisogno di sentire la terra dove cammini. Perché sarà lì che lo pianterai.

In mezzo a tutto quello che abbiamo già, ci sono già tantissime cose fertili. Il nostro compito è smettere di darle per scontate. Questo significa davvero accontentarsi. Questo è il vero motivo per cui basta poco per vivere felici.

E se la mia realtà fa schifo?

basta poco per essere felici-realtà

Può succedere, indubbiamente. Questo non cambia le cose. Anche all’interno di tutta questa realtà pessima, c’è sempre qualcosa da salvare. Potrebbe essere il fatto che hai le gambe funzionanti (o che non le hai), oppure la fortuna che esistono il sole e il mare… ma qualcosa c’è sempre (ne parlo meglio in questo articolo) Il nostro compito è abituarci a notare PRIMA quello.

Se ci alleniamo a notare quello che davvero già abbiamo, non ci sarà spazio per sentirci insoddisfatti per quello che non abbiamo. Anzi, saremo più coscienti dei nostri mezzi e cominceremo ad affinarli per poter raggiungere quello che davvero desideriamo. Cominceremo a sentirci più in controllo delle nostre capacità e responsabilità e avremo ben più chiaro l’inventario della nostra identità.

Come inizio ad accontentarmi?

Lascia che lo ripeta una volta di più: accontentarsi non vuol dire arrendersi.

Accontentarsi NON vuol dire arrendersi

Accettare e godere del presente, anche se non è quello ottimale è solamente il punto di partenza verso qualsiasi futuro noi desideriamo. Ma è l’unico punto di partenza possibile anche perché, volenti o nolenti, noi siamo lì. E da nessun’altra parte.

Per cui, come si comincia?

Si scrive.

A mano.

Si prendono carta e penna – che sono le nostre armi più affilate – e almeno una volta a settimana facciamo l’inventario delle cose che abbiamo già e di cui siamo grati. È vero, la gratitudine va molto di moda in questo periodo, come la mindfulness e Greta Thunberg.

Ma un motivo c’è: funziona.

Quanto ci costa prendere un foglio di carta e trovare dieci piccole cose di cui siamo grati in questo momento? Pochissimo, in realtà. Per cui, se davvero vogliamo cominciare a godere del presente e accorgerci che basta poco per vivere felici, troviamo quel tovagliolo e scriviamoci sopra tre, cinque o meglio ancora dieci cose per cui dobbiamo ringraziare la vita oggi.

Non molliamo quel foglio fino a che non abbiamo finito la lista!

Dunque, DAVVERO basta poco per vivere felici?

Mettiamola così: basta poco per cominciare. Ci vuole poco per decidere di prendere quel piccolo spazio dentro di noi e notare ciò che abbiamo già, anche se fosse l’ultimo angolo di libertà della nostra mente. Se anche ci rimanesse solo quello, ce lo abbiamo.

Stephen Hawking ci costruì un intero universo lì dentro. E chi siamo noi, meno di Stephen Hawking?

Se vuoi cominciare a coltivare in maniera seria la serenità del tuo presente, in modo da creare il futuro che desideri, devi solo cominciare. E il miglior punto da cui cominciare è qui.

A tal proposito, ho creato per te un esercizio che potrai usare quando vuoi. Le istruzioni sono scaricabili dal form in fondo all’articolo.

Per il resto, ti mando un abbraccio e noi ci sentiamo al prossimo articolo!

Severino.

Avatar di Severino Cirillo
È scrittore, insegnante e studente. Dal 2015 ha pubblicato sei romanzi e insegnato in oltre sette scuole tra Pechino e Shanghai. Cammina tanto, forse troppo, e gli piace attraversare nazioni a caso, di solito con mezzi che diventano anche il suo lett

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