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Ikigai: abbiamo davvero bisogno di un senso per stare bene?

Avatar di Severino Cirillo di Severino Cirillo - aggiornato il 12 Agosto 2019 Home » Felicità 12 commenti

Oggi parleremo di una strana parola Giapponese che ultimamente è tornata alla ribalta: Ikigai.

Le bellezze delle culture a noi estranee ci aiutano a cambiare le nostre prospettive e rendono appetibili concetti che nella nostra lingua, magari, non hanno la stessa incisività. Ecco perché questa parola ha ripreso un grande spazio specialmente sulle nostre librerie. Parliamone.

Cos’è Ikigai?

Personalmente, per quanto ami i linguaggi, non mi è mai piaciuta questa moda del prendere termini esotici e farli passare per panacee o soluzioni ai nostri mali: Ho’oponopono, Ikigai, Kintsukuroi e Kintsugi, Hygge… le nostre librerie sono letteralmente sommerse di libri con titoli accattivanti per spiegarci dove sbagliamo e in che direzione andare.

Per oggi metterò da parte questa mia avversione (ben conscio di avere analogo problema con l’Inglese) e proverò a guardare questo concetto con occhi di bambino, puliti dal pregiudizio.

Come sempre, le traduzioni dagli altri linguaggi sono incomplete, ma direi che possiamo provare a tradurre questa parola con:

“Quella cosa per cui vale la pena svegliarsi alla mattina”

o, con le parole di Vasco:

“Un senso a questa vita”.

Come sappiamo, Vasco lo sta ancora cercando e così anche molti di noi. Alcuni passano l’intera vita a lottare e altri si arrendono. Altri navigano perfettamente consci del loro Ikigai. Ma cos’è?

La combinazione di quattro insiemi

Cercando Ikigai, molto probabilmente ti sei imbattuto in un grafico come questo:

Bene, questo grafico spiega molto bene come cercare e trovare il proprio Ikigai, o meglio il senso della propria esistenza.

Come vedi, i quattro insiemi che si intersecano vanno a toccare aree interiori ed esteriori: i bisogni del pianeta, le tue abilità, ciò che è monetizzabile e ciò che ti piace davvero. Non sono tutte la stessa cosa e focalizzarsi solo su alcuni degli insiemi intermedi non ti permetterà di percepire la totale soddisfazione. Di motivi, per questo, ce ne sono tanti. Alcuni li ho sperimentati nel tempo sulla mia pelle e sono sicuro che lo abbia fatto anche tu.

Immaginati di vivere una vita in cui fai qualcosa che ami fare, che sei bravo a fare, che serve agli altri e per cui sei pure pagato. Bingo, no?

Sì, bingo.

Ma lasciamo la filosofia orientale ed entriamo nel campo che ci piace di più: le prove tangibili. Se sei su questo blog, sai che la salaminchia qui non è ben vista, per cui ci piace riferirci alle autorità del campo, ogni volta che scriviamo di qualcosa o che ci permettiamo di dare consigli.

Quanto è importante l’Ikigai nella vita reale

Prendiamola larga e, prima di affrontare il Giappone, passiamo da Harvard e da Berkeley. In questi due posti sono presenti alcuni dei laboratori di studio di psicologia più avanzati del mondo e figuriamoci se non hanno fatto degli studi sul senso della vita.

E difatti è così: cominciamo, dunque, da Harvard.

In questo studio, pubblicato su JAMA Psychiatry, i ricercatori si sono chiesti se percepire un senso, o una ragione, per la propria esistenza potesse in qualche modo rallentare il declino fisico.

Questo studio è stato fatto per vedere se questo tipo di influenza sulla nostra prospettiva possa portarci ad avere vite più lunghe e in salute. Per poterlo fare, hanno preso i dati due volte, nel 2006 e nel 2010 da uno studio nazionale continuo di adulti over 50 chiamato Health and Retirement Study.

Metà dei soggetti sono stati intervistati di persona e hanno subito misurazioni di parametri fisici come forza e velocità della camminata, mentre per misurare il loro “senso della vita” hanno compilato un questionario studiato appositamente.

Le persone con un senso della vita più presente presentavano dati migliori sia nella forza che nella velocità di camminata.

Sentire che la nostra vita ha un senso, dunque, pare aiutare il nostro corpo a funzionare meglio.

E Berkeley che dice?

Berkeley ha diverse sezioni della propria università dedicate al benessere e al bene in generale. In un articolo dedicato, Peter Jaret elenca una serie di studi condotti proprio per vedere che influenza ha una percezione del senso della propria vita sulla propria salute e sul benessere. Cosa hanno trovato questi studi?

Che chi percepisce che la propria vita ha una ragione, allo stesso tempo ha:

È importante sottolineare che questi studi tendono a mostrare associazioni, non ancora causalità. Per dimostrare quest’ultima, entrambe le università stanno continuando a ricercare, con altri studi più approfonditi.

Perché conoscere il proprio Ikigai dovrebbe migliorare la nostra vita?

Per quanto questa potrebbe risultare semplice speculazione, ricordiamo che mente e corpo sono collegati a doppio senso (e questo è comunque un fatto).

Conoscere il senso della propria vita significa conoscere sempre la direzione, indipendentemente dalle “curve” che la vita possa decidere di farci prendere. È un po’ come avere sempre la via chiara, e avendo una via chiara si affronteranno più facilmente le deviazioni.

Questa chiarezza e la relativa sicurezza percepita, probabilmente, abbasseranno la nostra soglia di stress e aiuteranno la nostra mente a regolare le nostre risposte agli eventi avversi, mantenendo in equilibrio quegli ormoni che causano, appunto, reazioni croniche di stress e le cascate di altre decisioni anormali che si hanno quando non si è in controllo della propria quotidianità e della propria vita emozionale.

Ikigai e senso della vita

Come abbiamo imparato in questi mesi, non è una buona idea aspettare che varino le condizioni esterne per riuscire a stare bene. Possiamo cominciare, invece, a intervenire da dentro sulle nostre prospettive per POI trovare le condizioni fisiche per riprodurre quella prospettiva nella vita reale.

Trovare l’Ikigai potrebbe essere un modo per riconoscere alcuni elementi della nostra vita e per cominciare a porvi l’attenzione, una cosa che magari abbiamo tralasciato per lungo tempo.

Chiederci:

e dare risposte concrete a queste domande è un esercizio che potrebbe toglierci sì una mezzoretta della nostra vita, ma ridarci mesi o anni di esistenza felicese abbiamo il coraggio di ascoltare quello che abbiamo scritto.

Prendi questo paragrafo come un invito silenzioso a fare questo esercizio, naturalmente. Sono informazioni preziosissime e non credo sia una buona idea lasciar scorrere i giorni senza conoscerle. In fondo, i nostri giorni non sono infiniti.

Come usare questa nuova conoscenza

Prima di tutto, fai quell’esercizio. Scoprire quale potrebbe essere il tuo Ikigai potrebbe radicalmente cambiare la direzione della tua vita e il tuo senso di benessere.

Ma possiamo (e magari dovremo) agire dal lato opposto: invece che ricercarlo, possiamo ricominciare a praticarlo prima di definirlo per bene. Quello che possiamo fare, mentre ci imbarchiamo per questo viaggio alla ricerca della nostra ragione di vita, è semplificarci il percorso coltivando attività come le seguenti:

  1. Torniamo in contatto con le nostre passioni: non importa che non paghino, ma se amiamo suonare, dipingere, leggere, ballare, prepariamo nel nostro calendario un quarto d’ora al giorno dove tornare ad AGIRE questi amori che magari abbiamo tralasciato;
  2. Cerchiamo un livello spirituale: non significa diventare religiosi o praticare, ma alzare il livello della nostra coscienza oltre i limiti del nostro ego, per contemplare livelli superiori di realtà;
  3. Torniamo nella natura: 30 minuti di camminata giornaliera (o in casi estremi settimanale) in luoghi dove domina la natura, cambieranno in maniera radicale il nostro senso di benessere personale;
  4. Facciamo volontariato per una causa in cui crediamo: il nostro tempo è una risorsa importante, l’unica che abbiamo veramente e donarlo a chi ne può giovare significa moltiplicarla. Aggiungere vita alla nostra vita.

Da dove comincio?

Spesso la troppa scelta ci può bloccare, oppure crediamo di non essere in grado di prendere una direzione, per la quale invece siamo più che capaci.

A tal proposito, qualche mese fa, ho creato un esercizio per i corsisti di ÈPPI, che aiuta a farsi un’idea di che cosa abbiamo dentro e della nostra direzione, senza esercitare un grande sforzo.

È un esercizio molto semplice da completare e ti darà una serie di idee per completare poi il diagramma dell’Ikigai e trovare così la tua direzione chiara.

Se lo vuoi fare, scarica pure le istruzioni in PDF qui sotto.

Spero che l’articolo di oggi ti aiuti a riprendere la tua direzione o a mantenerla e ti mando un abbraccio enorme.

Ci sentiamo alla prossima!

Severino.

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12 Commenti. Lascia un Commento!

  1. Avatar
    stefano ha detto:

    Ottimo articolo,fuori da ogni alibi e soprattutto…concreto.BUON LAVORO PER IL PROX.Stefano

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      Severino Cirillo ha detto:

      Ad Agosto ho proprio bisogno di questi auguri :D

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    Giuseppe ha detto:

    Da over trentenne penso che questo problema tocchi in gran parte gli over 50 (d’altronde vasco quando ha scritto la canzone credo avesse più o meno quell’età:)), quando i figli sono ormai autonomi, la carriera lavorativa è più verso la fine che verso l’inizio e magari ci si rende conto che tanti obiettivi sognati non sono stati raggiunti. Quello che mi sorprende è che nello schema la sfera famigliare non sia presa in considerazione, eppure a partire dai 30 anni il voler mettere su famiglia è uno dei maggiori sensi della vita no? O sono io che non lo interpreto bene?
    Grazie per lo spunto di riflessione Severino, in ogni caso i quattro esercizi da te proposti credo che si adattino a qualsiasi età!

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      Chiara ha detto:

      Da insegnante di scuola, over 50, mi sento di aver fatto il bingo di cui sopra… Con la consapevolezza che non è uno stato acquisito una volta per sempre, esiste solo il cammino quotidiano.

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      Severino Cirillo ha detto:

      Stavo pensando anche io che la vita, essendo un continuo divenire, riproponga ciclicamente una situazione in cui riaggiustare il tiro, anche in maniera completa.

      Per quanto riguarda la famiglia, potrebbe essere anche l’Ikigai di qualcuno, in realtà :)

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    Luca Parodi ha detto:

    C’è una cosa che non capisco e che si ripresenta sin troppo spesso in moltissime riflessioni sulla crescita personale. Per quale motivo dovrei voler rendere il mondo un posto migliore di com’è oggi? Per quale motivo si condanna così a spada tratta l’egoismo fine a se stesso e lo si vede spesso come un nemico da combattere? Perché non potrei trovare il mio senso della vita e la mia felicità nel fottermene del cambiamento climatico, dell’estinzione dei panda o della povertà in Svervegia? Non mi piace per niente citare altri per giustificare le mie argomentazioni ma non posso nascondere che sul tema illuminante fu l’audiolettura di “The Virtue of Selfishness” di Ayn Rand, in cui viene da lei e da Nathaniel Branden spiegata a chiarissime lettere l’origine ideologica del rifiuto dell’egoismo in nome di un altruismo che, in fondo, è la peggior malattia sociale del XX e del XXI secolo. Benchè di base l’articolo non mi sia piaciuto moltissimo per la troppa vaghezza trovo alcuni dei concetti esposti dei veri e propri fondamenti di ogni riflessione legata alla crescita personale ma il ridondante ed abusato appello al curarsi degli altri mi ha lasciato particolarmente l’amaro in bocca.

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      Severino Cirillo ha detto:

      Ciao Luca, in realtà la tua riflessione è estremamente interessante. Credo che l’egoismo sia in realtà il punto d’inizio per poi, eventualmente, curarsi degli altri. L’altruismo fine a se stesso non funzionerà se a praticarlo è una persona che non ha prima contatto con se stessa e i suoi desideri più intimi.

      Potresti indubbiamente trovare la tua “felicità” nelle attività ipotizzate, quello che ho pensato nel leggere il tuo messaggio però è una cosa di questo tipo:

      Non sei ovviamente obbligato a volere che il mondo sia migliore dopo il tuo passaggio. Ma se il mondo sarà peggiore o uguale dopo il tuo passaggio, che valore stai dando a te stesso?

      Per il resto cerco di procurarmi la lettura consigliata e leggerla con il massimo interesse.

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        Manu ha detto:

        Forse l’altruismo é appagante ed ecco che non diventa altro che una forma di egoismo. “fare del bene”/ “migliorare il mondo” può essere una forma di egoismo: lo fai perché ti senti di farlo, ti rende felice.

  4. Avatar
    Susanna ha detto:

    Questo post capita proprio nel momento giusto: sto attraversando un momento di profonda crisi al lavoro e non so che strada prendere, dopo sedici anni ho deciso che quello non è più il mio posto e voglio andarmene. In qualche modo ho sempre saputo che non mi piaceva il lavoro che facevo e spesso ho pensato che avrei dovuto prendere una decisione, ma la situazione al lavoro era tutto sommato serena e mi permetteva di coltivare comunque le mie passioni. Ora invece mi è stato imposto un orario massacrante, che però è stato risparmiato a quasi tutti i miei colleghi, e questo ha fatto tornare in me il desiderio di finirla con questa paura di non poter fare altro nella vita che un lavoro che mi ha letteralmente spenta in questi anni. Voglio ricominciare a dedicarmi alle mie passioni, a quello che mi piace davvero, ai sogni che a 20 anni non ho potuto inseguire e che adesso invece posso pensare di realizzare. Grazie, piano piano mi si sta chiarendo sempre di più la strada che devo prendere.

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    • Avatar
      Severino Cirillo ha detto:

      Susanna, segui la strada che più ti appartiene. Se hai la possibilità di organizzare la tua nuova strada mentre sfrutti le “coperture” di quella vecchia, usa questo vantaggio competitivo :)

      Rispondi
  5. Avatar
    Monica ha detto:

    Fantastico!
    In realtà non ne avevo sentito ancora parlare di dell’Ikigai.
    Belli sempre gli spunti pratici, mi lasciano sempre azioni da cui partire per migliorare la mia giornata.

    Namasté,
    Monica

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    • Avatar
      Severino Cirillo ha detto:

      Felice di provvedere a qualcosa di utile. Ti abbraccio forte.

      Rispondi
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